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Il nostro nemico, lo Stato. L’attualità di Albert Jay Nock

Gli anni Trenta sono stati il momento in cui gran parte del mondo ha ceduto alla seduzione delle possibilità infinite del potere statale. In America, con l’elezione di Roosevelt nel 1932, il governo federale ha infatti iniziato a intervenire come mai prima: non solo come regolatore, ma come produttore e detentore degli interessi “di tutti”. Una trasformazione senza precedenti nella storia americana, che ha segnato l’ingresso definitivo dello Stato come protagonista della vita economica quotidiana.

In quel clima una voce isolata ha deciso di andare controcorrente. L’intellettuale americano Albert Jay Nock, nel 1935, ha pubblicato un saggio dal titolo inequivocabile: Il nostro nemico, lo Stato. Per lui l’avversario irriducibile della libertà non era un’ideologia o una classe sociale: era lo Stato stesso, in quanto struttura votata ad allargare il proprio raggio d’azione ogni volta che se ne presenta l’occasione.

La sua tesi era netta: in ogni comunità esiste una distribuzione inversa di poteri tra società e apparato politico. Quando cresce il potere dello Stato, quello sociale si restringe; quando la società si rafforza, lo Stato arretra. I due poli non convivono: competono. L’uomo può vivere con due mezzi opposti: i “mezzi economici”, cioè produrre e scambiare, oppure i “mezzi politici”, cioè, appropriarsi del lavoro altrui grazie alla forza.

In questa distinzione, il potere sociale rappresenta la capacità dell’individuo libero di affrontare la Natura e creare benessere; quello politico è dominio sugli altri uomini. Uno incarna la libertà, l’altro la servitù.

A differenza di Marx, che vedeva il conflitto dentro la società, Nock ha spostato l’origine alla distribuzione della ricchezza: il contrasto non nasce dal produrre, ma dall’appropriazione. Il predatore non è una classe sociale: è chi controlla l’apparato politico. Questa lettura diventa sorprendente se applicata al presente. Se la sua lezione venisse insegnata con semplicità e chiarezza, in una sola generazione cambierebbe il modo in cui le persone guardano ai problemi che le circondano. Invece del solito lamento sul “manca lo Stato”, si scoprirebbe che il nodo è spesso l’opposto: lo Stato è ovunque. Invade ogni spazio, distribuisce risorse che generano dipendenza, consolida un parassitismo che soffoca l’iniziativa e toglie dignità a chi vorrebbe costruire qualcosa con le proprie mani.

Ciò che manca davvero è il potere sociale: la libertà di creare valore, affrontare le avversità e scambiare senza intralci. Troppo spesso si scambia la malattia per la cura, e così non si vede la soluzione.

Nock ha considerato l’autoesaltazione dello Stato difficilmente reversibile, ma non si è rassegnato. Ha continuato a diffondere le proprie idee perché, in ogni civiltà, “esistono spiriti alieni” capaci di vedere oltre le convenienze immediate e riconoscere le leggi semplici della vita sociale. Se anche oggi esistessero poche decine di questi spiriti, e se davvero le idee hanno conseguenze, mettere in circolazione il suo antistatalismo sarebbe un atto necessario: un antivirus contro il conformismo che soffoca la vita civile e indebolisce l’iniziativa personale.

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