Il dazio travestito da tutela: quando lo Stato mette le mani nei pacchi
Una misura che non tutela il commercio, ma appesantisce gli scambi, scoraggia la scelta dei consumatori e rafforza il controllo pubblico
di Sandro Scoppa
C’è un modo semplice per capire la natura di una misura pubblica: osservare chi paga davvero il conto. La cosiddetta “tassa sui pacchi”, annunciata dal governo italiano con un emendamento alla legge di Bilancio 2026 e destinata ad affiancarsi a un analogo dazio europeo, risponde perfettamente a questo criterio. Formalmente colpisce il venditore extra-Ue; sostanzialmente, come sempre accade, ricade sul consumatore finale. Due euro a pacco dall’Italia per le spedizioni sotto i 150 euro, altri tre euro dall’Unione europea a partire dal luglio 2026: il risultato è un prelievo fisso che prescinde dal reddito, dall’utilità del bene, dalla volontà delle parti. Un’imposta sullo scambio in quanto tale.
La giustificazione ufficiale è nota e ormai rituale: limitare gli acquisti a basso costo sulle piattaforme online, in particolare asiatiche, e “proteggere” i commercianti interni da una concorrenza ritenuta sleale. Ma dietro questa narrazione si nasconde una verità meno nobile. Non si corregge un’asimmetria normativa riducendo vincoli e imposte per tutti; si sceglie invece la strada più facile, innalzando artificialmente il prezzo degli scambi che sfuggono al perimetro fiscale tradizionale. È la logica del livellamento verso il basso: se non riesco a rendere competitivo il mio sistema, rendo più costoso quello degli altri.
I numeri chiariscono ulteriormente la posta in gioco. Secondo la relazione tecnica, la tassa italiana riguarderebbe circa 327 milioni di spedizioni, con un gettito stimato di 122,5 milioni nel primo anno e 245 milioni a regime. Gettito: la parola che tradisce sempre la vera finalità. Il prelievo non nasce per migliorare la qualità degli scambi, bensì per alimentare entrate pubbliche, giustificate ex post con la promessa di maggiori controlli doganali. Ancora una volta, si tassa prima e si spiega dopo.

Il paradosso è che tutto ciò avviene mentre l’e-commerce continua a crescere, segno evidente di una preferenza rivelata dei consumatori. A fine 2023 gli acquisti online in Italia sono stimati in aumento del 13%, con un ulteriore +5% concentrato nel solo Black Friday. Non è una moda passeggera, è invece l’espressione di una domanda che cerca varietà, prezzo, rapidità. Colpire questo canale significa colpire direttamente milioni di decisioni individuali, sostituendo al giudizio dei consumatori quello del legislatore.
Sul piano europeo, la prospettiva non è diversa. Il dazio fisso di tre euro sui pacchi sotto i 150 euro viene presentato come misura temporanea, in attesa dell’eliminazione della franchigia doganale. Ma la temporaneità, nella storia delle politiche fiscali, è spesso solo il preludio alla stabilizzazione. L’armonizzazione evocata dall’emendamento italiano non attenua il problema: lo moltiplica. Quando più livelli di governo concorrono nel tassare lo stesso scambio, il risultato non è equilibrio, è piuttosto accumulo di costi e opacità.
C’è poi un aspetto più profondo, raramente affrontato. Queste misure non difendono il commercio locale; difendono strutture esistenti da un processo di adattamento che sarebbe invece necessario. Il commercio non è un gioco a somma zero, e l’acquisto di un bene a basso costo non è una perdita per la collettività. È, al contrario, un guadagno per chi lo riceve e un segnale per chi produce. Interrompere questo circuito con un’imposta fissa significa ostacolare quella cooperazione spontanea che ha sempre preceduto – e spesso corretto – le decisioni politiche.
La tassa sui pacchi, in definitiva, non è che un piccolo balzello. Nondimeno, è proprio nella sua apparente modestia che risiede il pericolo. Normalizza l’idea che lo Stato possa intervenire su ogni scambio, anche minimo, anche transfrontaliero, per orientare comportamenti e proteggere interessi selezionati. È una scelta che adotta il lessico della chiusura anziché quello dell’apertura; che privilegia il controllo al posto della fiducia; che antepone il prelievo alla libertà di scambio. E come tutte le scelte di questo tipo, il conto lo presenta sempre agli stessi: ai consumatori, ai risparmiatori, a chi crede che comprare e vendere non sia una concessione, ma un diritto.

