L’avventuriero capitalista e la rivoluzione bolscevica

Dai rapporti tra Wall Street e i rivoluzionari russi emerge un paradosso solo apparente: il grande capitale non sceglie sempre il mercato. Quando il privilegio promette più della concorrenza, può trovare conveniente allearsi persino con chi vuole abolire il capitalismo

di Sandro Scoppa

C’è una figura che Max Weber aveva individuato molto prima che l’espressione “capitalismo clientelare” entrasse nel lessico contemporaneo: l’“avventuriero capitalista”. È l’uomo d’affari che cerca il profitto attraverso la speculazione, i rapporti con il potere, le concessioni e le protezioni. Una figura assai diversa dall’imprenditore che organizza la produzione, rischia il proprio capitale e deve ogni giorno convincere qualcuno a comprare liberamente ciò che offre. Quella distinzione aiuta a comprendere anche uno dei paradossi più singolari della Rivoluzione bolscevica del 1917. I rivoluzionari guidati da Lenin e Trotsky dichiaravano guerra al capitalismo, alla proprietà privata dei mezzi di produzione e all’economia di mercato. Eppure, secondo una documentazione raccolta dallo storico dell’economia Antony Sutton e ripresa recentemente da Nathan Triner sul Mises Wire, la sezione di articoli e commenti del Mises Institute, alcuni importanti interessi finanziari americani intrattennero rapporti con esponenti e organismi legati al nascente potere bolscevico.

La domanda nasce spontanea. Per quale ragione uomini che avevano costruito enormi fortune all’interno di un’economia capitalistica avrebbero dovuto guardare con favore, aiutare o comunque cercare rapporti con una rivoluzione che prometteva di distruggere proprio il capitalismo? La risposta diventa meno misteriosa quando si smette di confondere il capitalismo con il mercato. Nel mercato l’imprenditore dipende dai consumatori. Nessun fatturato gli è garantito, nessuna posizione è definitiva, nessun cliente è obbligato ad acquistare. Anche chi è diventato ricchissimo deve continuare a offrire qualcosa che gli altri preferiscano alle alternative disponibili. Un concorrente può arrivare domani e mettere in discussione una posizione costruita in decenni. È proprio questa possibilità a rendere la concorrenza tanto preziosa per i consumatori quanto scomoda per chi vorrebbe vivere di rendita.

L’avventuriero capitalista segue un’altra strada. Se può ottenere dallo Stato una concessione esclusiva, una barriera all’ingresso, un sussidio, un dazio, una licenza o una regolamentazione capace di ostacolare i concorrenti, il rapporto decisivo tende a spostarsi dal consumatore al potere politico. Per guadagnare diventa meno importante convincere milioni di persone e molto più importante convincerne poche, purché siedano nei posti giusti.

È proprio sotto questa luce che acquistano interesse i rapporti tra alcuni ambienti di Wall Street e la Russia rivoluzionaria. A tal proposito, Triner richiama soprattutto le ricerche di Sutton contenute in Wall Street and the Bolshevik Revolution, fondate anche su documenti del Dipartimento di Stato americano. Fra gli episodi citati vi sono i rapporti della Guaranty Trust Company, legata agli interessi di J.P. Morgan, con rappresentanti del nuovo potere sovietico. Dopo un’irruzione nel 1919 nell’Ufficio Sovietico di New York emersero documenti relativi a corrispondenze con importanti aziende americane. La stessa ricostruzione riferisce inoltre di operazioni finanziarie concernenti oro bolscevico e ricorda che, nel 1922, Max May della Guaranty Trust entrò nel consiglio della Ruskombank, la prima banca sovietica menzionata dallo storico inglese in questo contesto.

Una scrivania in legno con libri antichi, documenti ufficiali sparsi e una lampada da studio accesa.

Ancora più emblematica è la vicenda di Lev Trotsky, uno degli uomini destinati a guidare la Rivoluzione d’Ottobre. Nel 1917 lasciò New York per rientrare in Russia. Durante il viaggio venne fermato ad Halifax, in Canada, dalle autorità britanniche, che sospettavano lui e i suoi compagni di voler partecipare al rovesciamento del governo russo. Documenti canadesi richiamati dal medesimo Sutton mostrano interventi volti ad accelerarne la liberazione e consentirgli di proseguire il viaggio. Le motivazioni di alcuni di quegli interventi non risultano definitivamente chiarite e sarebbe quindi arbitrario trasformare tali documenti nella prova di una regia americana della Rivoluzione bolscevica.

Non serve, del resto, alcuna teoria del complotto per cogliere il problema. Il punto interessante è che grande capitale e socialismo possono incontrarsi quando entrambi traggono vantaggio dalla concentrazione del potere economico. Un’impresa abituata alla concorrenza deve conquistare continuamente i clienti; un’impresa capace di stabilire un rapporto privilegiato con chi controlla un’economia centralizzata può invece accedere a mercati, finanziamenti e commesse attraverso poche decisioni politiche.

Ed ecco che Weber torna utile. L’avventuriero capitalista non ha una fedeltà necessaria alla libertà economica. Cerca l’occasione, la concessione, il rapporto privilegiato. Può utilizzare il mercato quando esso gli conviene e cercare lo Stato quando quest’ultimo offre condizioni migliori. Il colore ideologico del governo diventa, in fondo, secondario rispetto alla possibilità di accedere al potere.

Un manifesto in stile vintage che mette a confronto il capitalismo finanziario e la rivoluzione sovietica attraverso immagini e testi esplicativi.

La Rivoluzione bolscevica rende questa contraddizione particolarmente evidente. Da una parte un regime che prometteva di cancellare il capitalismo; dall’altra uomini del grande capitale occidentale interessati a mantenere rapporti con quel nuovo centro di comando economico. Due mondi apparentemente incompatibili che potevano tuttavia trovare un terreno comune nella concentrazione delle decisioni.

La lezione supera largamente la Russia del 1917. Non esiste infatti un’alleanza naturale tra grande impresa e libertà economica. Un’impresa può chiedere concorrenza quando vuole entrare in un mercato e protezione quando vi è entrata. Può invocare la libertà contro le regole che la ostacolano e domandare nuove regole quando servono a ostacolare gli altri. Può proclamarsi privata e vivere di sussidi pubblici, difendere il profitto e contemporaneamente chiedere allo Stato di socializzare le perdite.

È qui che passa la vera linea di separazione. Da una parte c’è chi guadagna perché qualcuno sceglie liberamente il suo prodotto. Dall’altra chi cerca di guadagnare perché qualcuno che detiene il potere limita le possibilità di scelta degli altri. Il capitalismo clientelare conserva imprese private, azionisti, bilanci e profitti, ma sostituisce lentamente la concorrenza con la relazione politica. Per questo può convivere anche con sistemi fortemente dirigisti. In certi casi può perfino desiderarli.

La storia dei rapporti tra alcuni ambienti finanziari americani e i bolscevichi non dimostra che Wall Street abbia “fatto” la Rivoluzione russa. Mostra qualcosa di diverso e forse più importante: essere capitalisti non significa necessariamente essere amici del mercato. L’“avventuriero capitalista” descritto da Weber continua così ad attraversare la storia. Lo si riconosce facilmente: preferisce i corridoi del potere alla piazza del mercato, perché lì il successo dipende sempre meno dal convincere chi compra e sempre più dal convincere chi comanda.

Articoli simili