Quando la libertà diventa fumetto

Un libro che racconta con immagini e parole semplici le grandi idee della libertà, da Menger a Hayek, da Einaudi a Leoni

di Daniela Rabia*

Ci sono libri che spiegano una teoria. Altri che ricostruiscono una tradizione. Liberalismo in comics. Viaggio nella storia delle idee di libertà, di Sandro Scoppa e Angela Fidone, pubblicato da Confedilizia Edizioni e Tramedoro nella collana “Biblioteca della proprietà”, fa qualcosa di diverso: prova a mostrare come nasce uno sguardo. Non si limita a dire che la libertà è preferibile al comando, che la proprietà è condizione di autonomia, che il mercato è cooperazione e non caos. Mette queste idee in movimento, le porta dentro aule, città, biblioteche, strade, crisi storiche, esili intellettuali, dispute economiche e politiche. Le sottrae alla fissità della formula e le restituisce alla vita da cui sono nate.

Il volume ha avuto la sua prima presentazione assoluta al recente Salone Internazionale del Libro di Torino, scelta non casuale per un’opera che ambisce a portare nel dibattito culturale un linguaggio nuovo senza rinunciare al rigore delle idee. Ed è significativo anche il gesto della dedica al presidente argentino Javier Milei, indicato nel libro come figura che ha ricordato al mondo che le idee contano, che ogni cambiamento autentico nasce da teoria, visione e progetto, e che libertà, cooperazione volontaria e scelta individuale sono principi da difendere.

Il punto più originale del volume è proprio questo. Il fumetto non viene usato come scorciatoia, né come ornamento. Non serve a rendere “leggere” idee considerate difficili. Serve piuttosto a ricordare che ogni idea, prima di diventare dottrina, è stata un tentativo di comprendere un problema reale. Perché esistono regole senza un regista? Come possono milioni di persone coordinarsi senza essere dirette da un’autorità centrale? Per quale ragione la legge dovrebbe limitare il potere anziché diventare il suo strumento? Che cosa accade quando la politica pretende di sostituire la conoscenza dispersa degli individui con un piano unico?

Il libro nasce da una vicenda coerente con ciò che racconta. Nell’introduzione si ricorda che le prime strisce erano apparse nella terza di copertina della rivista Liber@mente, quasi ai margini, senza essere concepite in origine come opera unitaria. E non è un dettaglio secondario che quella esperienza sia nata in Calabria, terra dalla quale proviene anche Sandro Scoppa: una periferia geografica solo in apparenza, perché spesso proprio lontano dai centri più prevedibili maturano iniziative culturali capaci di sottrarsi ai conformismi dominanti. Con il passare del tempo quelle strisce hanno rivelato un filo interno, una continuità, una forma. È difficile non cogliere qui una suggestiva corrispondenza con il tema centrale del pensiero liberale classico: molte realtà importanti non nascono da un progetto deliberato, ma dall’incontro di azioni, intuizioni, tentativi e responsabilità che nessuno controlla interamente. Il libro, in questo senso, non racconta soltanto l’ordine spontaneo. In qualche modo, lo incarna.

La struttura conferma questa impostazione. Si parte dal liberalismo come idea della libertà individuale e del limite al potere. Poi si attraversa la Scuola austriaca di economia, con Menger, Böhm-Bawerk, von Wieser, Mises, Rothbard, Kirzner e Hayek; si incontra la tradizione italiana, da Einaudi a Bruno Leoni, da Ricossa a Sturzo; si approda a Popper, ai moralisti scozzesi, alla tradizione francese, alla critica del keynesismo. Non è una sfilata di nomi illustri. È una genealogia della diffidenza verso l’onnipotenza politica. Ogni autore viene inserito in una battaglia intellettuale precisa: contro il valore oggettivo, contro la pianificazione, contro il socialismo, contro la riduzione della legge a comando, contro l’idea che la società sia materia grezza nelle mani del potere.

Le tavole di Angela Fidone hanno il merito di non sovraccaricare questa ambizione. Originaria di Noto, ma da molti anni legata alla Calabria, dove ha vissuto e insegnato a lungo all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, Fidone porta nel volume una misura rara: il tratto è ordinato, sobrio, funzionale. Non cerca la spettacolarità, ma la chiarezza. I personaggi non vengono trasformati in santini laici, né in caricature. Sono figure collocate dentro ambienti riconoscibili: università, parlamenti, città europee, scenari americani, biblioteche, luoghi della discussione pubblica. Questa scelta grafica è importante, perché evita l’errore più frequente nella divulgazione: separare l’idea dal mondo. Qui, invece, le idee hanno un corpo, un luogo, una voce, un contesto.

Il capitolo dedicato alla Scuola austriaca è il cuore teorico del volume. Menger introduce la rivoluzione soggettivista: il valore non discende dalle cose in sé, ma dalle valutazioni degli individui. Da questa intuizione deriva un modo radicalmente diverso di guardare all’economia e alla società. Mises mostra che senza prezzi di mercato non esiste calcolo economico razionale; Hayek spiega che la conoscenza è dispersa e che nessun centro politico può raccoglierla, ordinarla e usarla meglio delle persone che agiscono nei loro contesti concreti. Qui il fumetto riesce dove spesso falliscono molte trattazioni astratte: rende visibile il nesso tra libertà, informazione, responsabilità e coordinamento sociale.

Molto significativa è anche la parte italiana. Einaudi appare come il difensore di una libertà concreta, fatta di sobrietà istituzionale, proprietà, moneta sana, responsabilità fiscale. Bruno Leoni, a sua volta, consente al libro di compiere un passaggio essenziale: dalla libertà economica alla libertà giuridica. La legge non è libera solo perché approvata secondo una procedura. Può diventare strumento di invasione, instabilità, pressione, riscrittura continua dei rapporti sociali. In Leoni emerge una verità oggi decisiva: quando la legislazione cresce senza misura, il cittadino non vive più sotto regole generali, ma dentro un flusso permanente di comandi mutevoli.

Per questo Liberalismo in comics è più attuale di quanto possa sembrare. Non parla soltanto di autori del passato. Interroga il presente. Viviamo in un tempo in cui ogni emergenza diventa occasione per nuovi piani, nuovi vincoli, nuovi controlli, nuovi apparati. La casa, l’impresa, il risparmio, l’energia, la scuola, la comunicazione, perfino il linguaggio vengono trattati come territori da correggere dall’alto. Il volume offre l’antidoto culturale a questa mentalità: mostra che la società non è una macchina da manovrare, ma un ordine complesso da rispettare; che gli individui non sono terminali di decisioni pubbliche, ma soggetti capaci di scelta; che la proprietà non è una concessione revocabile, ma il presidio materiale dell’indipendenza personale.

Anche la presentazione di Giorgio Spaziani Testa e la prefazione di Carlo Lottieri aiutano a comprendere il senso dell’opera. La prima insiste sull’esigenza di usare linguaggi nuovi per far circolare idee spesso impopolari nel dibattito corrente; la seconda colloca il liberalismo classico dentro una lunga riflessione sui diritti, sul limite al potere, sulla tolleranza, sulla libertà economica e sulla società aperta. La postfazione di Roberta Adelaide Modugno chiude il percorso valorizzando la capacità del fumetto di parlare anche ai giovani senza rinunciare alla profondità delle idee.

Il risultato è un libro utile a pubblici diversi. Può servire a chi incontra per la prima volta Menger, Mises, Hayek o Leoni. Può interessare chi già conosce questi autori e vuole vederli raccontati in una forma diversa. Può funzionare nelle scuole, nei circoli culturali, nelle biblioteche, nelle associazioni, ma anche nella lettura individuale di chi cerca un primo orientamento. Non pretende di sostituire i testi classici. Fa una cosa forse più importante: crea il desiderio di leggerli.

La libertà, in queste pagine, non è presentata come una parola nobile da celebrare nelle ricorrenze. È un criterio per giudicare la politica, l’economia, il diritto, la società. È il limite che impedisce al potere di diventare destino. È la condizione che consente agli uomini di sbagliare, correggersi, cooperare, creare, scambiare, costruire senza chiedere continuamente permesso.

In definitiva, Liberalismo in comics riesce perché non predica la libertà: la racconta. E raccontandola mostra che le idee non sono mai innocue. Possono giustificare catene o aprire spazi. Possono abituare all’obbedienza o educare alla responsabilità. Questo libro sceglie la seconda strada. E lo fa con un linguaggio inatteso, limpido e necessario.

* Pubblicato su La Nuova Calabria

Articoli simili

  • Ulisse, il nessuno e la paura della folla

    Un viaggio attraverso tre grandi interpretazioni di Ulisse – l’eroe dell’Odissea, il navigatore della Divina Commedia e l’uomo quotidiano di Joyce – per riflettere sul rapporto tra individuo e massa nella modernità. Dalla scena degli Inferi descritta da Omero emerge la paura della folla anonima, mentre la tradizione letteraria trasforma Ulisse nel simbolo della ricerca personale di conoscenza e della difesa dell’identità individuale.

  • L’uso della statistica come strumento di potere durante il Covid

    Errori di metodo, opacità, omissioni. Tutto in uno studio dell’Università di Firenze. La pandemia ha rivelato una nuova forma di dominio, quello esercitato attraverso la manipolazione dei dati statistici di Sandro Scoppa La pandemia ha lasciato dietro di sé non soltanto vittime, paure e cicatrici economiche, ma anche una questione più sottile: quella della verità….

  • Gli stranieri comprano, lo Stato si indebita

    C’è qualcosa di apparentemente paradossale nei conti pubblici italiani. Il debito continua a salire, ma aumenta anche l’interesse degli investitori stranieri per i nostri titoli di Stato. La Banca d’Italia lo mostra nei dati più recenti sulla finanza pubblica: una quota importante del debito italiano è detenuta fuori dai nostri confini e la domanda estera resta sostenuta. A prima vista potrebbe sembrare una promozione dell’Italia. Se tanti investitori comprano Btp, si potrebbe pensare, vuol dire che i nostri conti stanno bene. In realtà significa una cosa molto più semplice: alle condizioni offerte, prestare denaro allo Stato italiano è considerato conveniente.
    Il mercato non distribuisce medaglie alla buona amministrazione. Un fondo americano, una banca tedesca o un investitore giapponese non comprano titoli italiani per manifestare fiducia nella politica economica italiana. Guardano rendimento, rischio, durata, liquidità e alternative disponibili. Se il rapporto tra questi elementi è interessante, comprano. È esattamente ciò che deve fare un mercato. La capacità di trovare creditori, però, non trasforma automaticamente il debito in una virtù. Se una famiglia molto indebitata trova una banca pronta a concederle un altro prestito, può certamente tirare un sospiro di sollievo, ma sarebbe curioso concludere che il suo problema è risolto.
    Con lo Stato accade qualcosa di ancora più particolare, perché lo stesso ha un privilegio che nessuna famiglia e nessuna impresa possiedono: può trasferire il costo dei propri debiti sui contribuenti. Un’impresa deve convincere liberamente qualcuno a comprare ciò che produce e, se sbaglia, può fallire. Lo Stato può invece prelevare risorse attraverso le imposte e, quando quelle risorse non bastano, può prendere a prestito la differenza. Il debito pubblico nasce proprio lì, nello spazio che separa ciò che il potere vuole spendere da ciò che riesce a incassare.
    La questione, vista così, diventa molto meno complicata di quanto suggerisca il linguaggio della finanza pubblica. L’amministrazione starale non possiede una fonte autonoma di ricchezza. Prima di essere speso da un ministero, ogni euro è stato prodotto da qualcuno. Nasce dal lavoro, dall’impresa, dal risparmio, dallo scambio. Mises lo ha ricordato in termini radicalmente semplici: il capitale non compare per decisione politica, ma deriva dal risparmio e dalle scelte degli individui. Hayek avrebbe aggiunto che nessuna autorità centrale possiede le conoscenze disperse tra milioni di persone necessarie per stabilire quale sia l’impiego migliore di quelle risorse. È il mercato, attraverso prezzi, profitti e perdite, a scoprirlo continuamente.
    Il debito pubblico altera questo processo perché consente alla politica di utilizzare oggi risorse senza imporne immediatamente l’intero costo. Se l’apparato pubblico vuole spendere cento ma incassa novanta, può chiedere dieci al mercato. Il cittadino non vede subito una nuova tassa di dieci e la spesa può essere effettuata senza affrontarne immediatamente il prezzo politico. Quei dieci, però, non sono gratuiti e soprattutto non sono apparsi dal nulla. Sono risparmio che qualcuno ha prodotto e che lo Stato ha preso in prestito, promettendo di restituirlo con gli interessi. Il debito è dunque, in larga misura, una tassa spostata nel tempo: permette di godere politicamente della spesa oggi e di rinviarne il costo a domani.
    Naturalmente l’arrivo di capitali stranieri è preferibile alla loro fuga. Una domanda internazionale robusta facilita il collocamento dei titoli, può contenere il costo del finanziamento e riduce la quantità di risparmio nazionale assorbita direttamente dall’amministrazione erariale. Sarebbe assurdo negarlo. Il problema nasce quando da questo dato si ricava una conclusione opposta a quella ragionevole: poiché il mercato continua a prestarci denaro, possiamo continuare tranquillamente ad accumulare debito.
    È qui che il paradosso diventa politico. Da decenni discutiamo soprattutto di come rendere sostenibile il debito, molto meno di come ridurre la macchina che lo produce. Cambiano i governi, cambiano le formule, ma la domanda è quasi sempre la stessa: dove trovare nuove entrate? Raramente viene posta quella precedente: perché lo Stato deve spendere così tanto? Eppure per un Paese nel quale la pressione fiscale è già elevata dovrebbe essere la prima domanda.
    Una prospettiva realmente orientata alla libertà dovrebbe rovesciare il ragionamento. Non occorre cercare continuamente nuove risorse per alimentare un settore pubblico troppo grande; occorre ridurne il bisogno di risorse. Meno spesa, meno apparati, meno partecipazioni pubbliche, privatizzazioni, liberalizzazioni e soprattutto più reddito lasciato nelle mani di chi lo ha prodotto. Non si tratta soltanto di mettere ordine nei conti. Si tratta di restituire capitale alla società, dove può essere investito secondo milioni di decisioni volontarie anziché attraverso una decisione politica centralizzata.
    Per questo la crescita degli acquisti esteri di titoli italiani è una buona notizia soltanto entro limiti molto precisi. Significa che il mercato continua a considerarci un debitore finanziabile. Non significa che continuare ad aumentare il debito sia una buona politica. Gli investitori stranieri fanno bene a comprare Btp quando li considerano convenienti. Fanno il loro interesse e utilizzano liberamente il loro capitale.
    Noi, però, dovremmo finalmente fare il nostro: avere bisogno di vendergliene sempre meno.

  • Non è il suolo a finire, è la libertà a sparire

    Dietro la retorica del consumo di suolo si nasconde un’urbanistica punitiva e un potere che teme la libertà di trasformare. di Sandro Scoppa* Nel 2024 in Italia sono stati coperti da nuove superfici artificiali 83,7 km² di territorio, con un incremento del 15,6% rispetto all’anno precedente. Il dato, riportato nell’ultimo rapporto pubblicato dal Sistema nazionale…

  • Il rifiuto della teoria e il trionfo dell’errore

    Separare teoria e pratica è un errore: ogni azione si basa su idee, anche quando non sono esplicite. Senza un solido quadro teorico, le decisioni diventano reattive e producono effetti indesiderati. Il richiamo a Mises e Hayek chiarisce che i fatti non parlano da soli e che l’ordine sociale nasce da processi complessi, non da interventi improvvisati. Politiche su inflazione, energia e casa mostrano come ignorare le cause porti a risultati opposti a quelli voluti. La teoria non allontana dalla realtà: è ciò che permette di comprenderla e agire con coerenza.