Il grande equivoco del Pnrr: spendere non è crescere


Alla conferenza del Palacio Libertad, Javier Milei ha lanciato un duro attacco alla teoria di Keynes, indicandola come il fondamento culturale dell’eccessiva espansione del potere statale nell’economia. Secondo il leader argentino, la pretesa di orientare variabili come consumi e risparmi dall’alto è un errore strutturale, poiché nessuna istituzione può possedere la conoscenza diffusa tra milioni di individui che agiscono spontaneamente. Sfidando il consenso occidentale, Milei sostiene che le politiche di stimolo della domanda portino inevitabilmente a deficit e instabilità monetaria, ribadendo la necessità di tornare a un ordine basato sulla libertà di scelta e sui limiti invalicabili dell’intervento pubblico.
La XVIII edizione del Premio Internazionale Liber@mente si svolgerà venerdì 28 agosto 2026, alle ore 21.30, presso l’Anfiteatro comunale sul lungomare Nausicaa di Montepaone Lido: il Premio, promosso dalla Fondazione Vincenzo Scoppa, sarà conferito a Eugenio Capozzi, Gazzetta del Sud e Acton Institute; la serata, a ingresso libero, sarà condotta da Daniela Rabia e Annarita Palaia, con momenti musicali di Karol Grazia Mascaro al pianoforte e Valeria Procopio al clarinetto.
L’articolo di Javier Milei su Clarín non è un esercizio accademico, ma un atto d’accusa contro la teoria che ha fornito ai governi l’alibi per spendere, indebitarsi e presentare l’espansione pubblica come “cura” dell’economia. Milei sostiene che il keynesismo abbia trasformato la spesa statale in virtù politica, cancellando il ruolo del risparmio, del tempo e della responsabilità fiscale. Il risultato è una dottrina che giustifica deficit permanenti, interventi continui e una dipendenza crescente dal bilancio pubblico. Una critica che riguarda da vicino anche l’Italia, dove ogni crisi diventa pretesto per più Stato, più debito e meno libertà economica.
La Corte costituzionale francese boccia il divieto generalizzato dei social per gli under 15. Una decisione contro lo Stato-balia che riafferma libertà, proporzionalità e responsabilità educativa delle famiglie.
I prezzi non sono una questione morale ma un sistema di comunicazione. In una società complessa, dove milioni di persone agiscono senza coordinamento centrale, sono i prezzi a trasmettere le informazioni essenziali su scarsità e abbondanza. Quando salgono o scendono, segnalano come adattare consumi, produzione e investimenti. Intervenire fissandoli o bloccandoli significa spegnere questo linguaggio, generando disinformazione, sprechi e scarsità. Non perfetti ma adattivi, i prezzi consentono coordinamento senza ordini: quando parlano liberamente, la società funziona; quando vengono zittiti, emerge il disordine.
Nel santuario del “buon governo globale” qualcuno dice ciò che troppi fingono di non sapere: il problema non è governare meglio”, ma governare meno. Il controllo presentato come cura di Sandro Scoppa* C’è un luogo, più di altri, in cui le parole “crescita”, “inclusione”, “transizione” e “sostenibilità” sono diventate un vocabolario automatico, quasi liturgico. Quel…