Tax & cigarettes, quando la libertà finisce nel posacenere dello Stato

Non si tratta di finanziare i servizi, ma di punire scelte personali. La tassazione “comportamentale” trasforma il fisco in arma morale, una cultura della sorveglianza che non si limita a informare

di Sandro Scoppa*

Quando lo Stato comincia a occuparsi delle scelte personali, non si ferma più. Lo si è visto nel corso della storia: ogni volta che il potere politico ha preteso di “proteggere” i cittadini da sé stessi, ha finito per governarne i comportamenti. E il fumo è stato uno dei pretesti più efficaci per trasformare la libertà individuale in materia di legge, di tassa o di divieto. La manovra 2026 ne offre un esempio perfetto. Il governo ha previsto un aumento graduale delle accise sul tabacco, destinato a far crescere progressivamente il prezzo dei pacchetti — di circa quindici centesimi nel 2026, fino a un euro e mezzo entro il 2028 — presentandolo come misura di salute pubblica. In realtà si tratta prima di tutto di un atto politico. Dietro il pretesto della tutela collettiva si nasconde la sfiducia verso il cittadino, considerato incapace di autodeterminarsi e dunque da “rieducare” attraverso la leva fiscale. Non si tratta di finanziare i servizi, ma di punire una scelta personale.

È il segno di un mutamento più profondo: la trasformazione del fisco in strumento morale. La tassazione “comportamentale”, che colpisce chi fuma, chi beve o chi inquina, non mira alla libertà responsabile, ha come obiettivo la conformità. E più il potere si espande, più la libertà si restringe.

L’Europa intera sembra orientata in questa direzione. Dopo i divieti di sigarette aromatizzate e di prodotti da tabacco riscaldato, Bruxelles si prepara a imporre nuove etichette con immagini dissuasive anche sui dispositivi elettronici. La Francia, a sua volta, ha annunciato il bando delle sigarette usa e getta dal 2025; il Regno Unito, poi, ha vietato per sempre la vendita di tabacco a chi è nato dopo il 2009. Sotto l’apparenza del progresso sanitario, si consolida una cultura della sorveglianza che non si limita a informare, bensì a prescrivere.

Eppure, la storia insegna che il paternalismo produce spesso l’effetto opposto. Nel Seicento, Giacomo I d’Inghilterra aumentò le tasse sul tabacco del 4.000 per cento per scoraggiarne l’uso: il risultato fu un fiorente mercato nero. In Russia, lo zar Michele ne vietò il consumo nel 1634, ma dovette revocare il divieto dopo pochi anni. In tempi più vicini a noi, nel Novecento, vari Stati americani bandirono la sigaretta, alimentando un contrabbando più redditizio della produzione legale. E nella Germania hitleriana la lotta al tabacco era diventata parte della costruzione del “corpo puro” del Reich: si limitarono pubblicità e consumo, si vietò il fumo sui mezzi pubblici e alle donne incinte, si finanziarono studi per dimostrarne la nocività. Il risultato non fu una popolazione più sana, quanto una società più controllata. Ogni volta che un governo ha preteso di correggere i vizi dei cittadini, ha finito per creare nuovi abusi.

Il punto non è difendere il fumo, ma la libertà. Nessuno nega i rischi, è vero; nondimeno, la responsabilità delle proprie scelte è ciò che distingue una società di individui da una di sudditi. Vietare, tassare, imporre significa trasferire la responsabilità dal cittadino allo Stato, sostituendo la consapevolezza con l’obbedienza. Non è un caso che, nei Paesi dove la regolazione è più pervasiva, crescano la burocrazia, le sanzioni e il moralismo fiscale.

Anche la pretesa di estendere i divieti agli spazi privati o aperti — come prevede il nuovo piano del Ministero della Salute, che vieta il fumo nei dehors e alle fermate dei bus — rappresenta una violazione silenziosa del diritto di proprietà. Il gestore di un locale dovrebbe poter decidere liberamente se ammettere o meno i fumatori, sulla base del consenso dei clienti. Quando lo Stato interviene in nome del bene comune, si arroga la facoltà di determinare l’uso di spazi che non gli appartengono. È così che il potere pubblico si appropria, a poco a poco, della sfera privata.

In definitiva, non sembra revocabile in dubbio, che dietro ogni “politica sanitaria” si nasconda una concezione collettivista della vita. Si parla di salute pubblica come se esistesse una volontà superiore rispetto a quella degli individui che ne fanno parte. Si dimentica però che la salute è un bene personale, non un dovere sociale, e che il costo delle scelte non giustifica la loro espropriazione. Il principio secondo cui “ciò che nuoce al singolo nuoce alla collettività” è la porta d’ingresso di ogni dirigismo.

Anche la pubblicità, ridotta al silenzio da anni di divieti, è vittima della stessa logica. Se i cittadini devono essere “protetti” dalle immagini di un pacchetto o da uno spot televisivo, significa che non si ritiene più il pubblico capace di discernimento. Il potere pubblico diventa un tutore permanente, e la società, un minore da sorvegliare.

Ciò che si profila dietro l’aumento delle accise e le nuove restrizioni non è quindi un’epidemia di fumo, ma di controllo. Lo Stato moderno ha trovato nella salute il suo alibi più perfetto: nessuno può opporsi senza apparire irresponsabile. Infatti, proprio in nome della salute si sono giustificati, nel tempo, gli esperimenti sociali più invasivi. Dalla proibizione dell’alcol negli Stati Uniti alla regolamentazione alimentare contemporanea, ogni volta che si è ceduto un frammento di libertà per un bene superiore, quel bene si è dissolto insieme alla libertà.

Il diritto di scegliere — anche male, anche contro la propria convenienza — è la condizione stessa della dignità umana. Quando un governo tassa o vieta per correggere, dichiara la propria sfiducia nei cittadini. E una società fondata sulla sfiducia non è una comunità libera, è in sostanza un laboratorio di obbedienza.

Nella retorica del potere, ogni tassa diventa una cura e ogni divieto una virtù. Ma la libertà, come l’aria, è fatta di scelte, anche imperfette. Chi smette di difenderle perché “non lo riguarda” scoprirà presto di non poterle più respirare.

* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

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