Punire chi crea ricchezza: la nuova ideologia del fallimento
Dai controlli sugli affitti all’extra-prelievo sull’energia: l’Italia combatte chi crea valore e difende ciò che distrugge crescita, investimenti e opportunità
di Sandro Scoppa
In gran parte dell’Occidente, ma soprattutto in Europa e in Italia, il profitto è diventato un bersaglio politico. Ogni volta che un settore funziona, che cresce, che realizza margini, la reazione immediata è sempre la stessa: intervenire, tassare, limitare, “riequilibrare”. È il riflesso moralista di una politica che ha smesso di comprendere l’economia e ha iniziato a trattarla come una materia da disciplinare per decreto.
L’Italia è stata un laboratorio esemplare di questa ostilità strutturale. L’extra-prelievo sugli utili delle imprese energetiche nel 2022, introdotto con l’obiettivo di “tassare gli extraprofitti”, è finito con un gettito effettivo molto inferiore alle previsioni. Per una ragione semplice: società che operano in mercati competitivi non sono bancomat pubblici. Davanti a un’imposta straordinaria calcolata in modo arbitrario, molte imprese hanno contestato l’atto, altre hanno rinegoziato contratti o ridotto investimenti. Il risultato è stato immediato: più incertezza, meno capitali mobilitati, mentre lo Stato incassava meno del previsto. Quando si punta alla cassa senza curarsi degli incentivi, si scopre che i contribuenti reagiscono. E reagiscono spostando risorse, non aspettando di essere tosati.
Sul fronte abitativo, la retorica contro il “caro-affitti” ha prodotto un clima normativo schizofrenico. Da un lato, si invocano controlli, tetti, divieti; dall’altro, si criminalizza l’offerta privata, accusata di sfruttare un bisogno essenziale. Nondimeno, non si considera che l’esperienza concreta mostra che è proprio la paura dei vincoli — e l’incertezza regolatoria — a scoraggiare investimenti locativi. Senza l’incentivo della cedolare secca, che ha contribuito ad aumentare le registrazioni e a far emergere base imponibile, l’offerta sarebbe sensibilmente diminuita. Eppure, un pezzo della politica continua a sognare il ritorno a forme di “equo canone” travestite da giustizia sociale, ignorando che il modo più rapido per rendere gli affitti più cari è spaventare chi mette a disposizione immobili.
L’Europa non è da meno.
Il progetto di vietare le caldaie a gas a partire dal 2029 — ritirato nel 2024–2025 — era un perfetto esempio di fede tecnocratica nel dirigismo ambientale: punire un intero settore per “accelerare la transizione”. Il risultato, come era ovvio, non è stato un salto tecnologico, bensì un crollo della domanda, incertezza industriale e corsa alle deroghe, ai rinvii, alle compensazioni. Non un successo ambientale: l’ennesimo esperimento di pianificazione fallita mascherata da “coraggio riformatore”.
Oltreoceano, negli Stati Uniti, poi, la situazione è più ambigua. La cultura economica resta orientata a valorizzare il profitto come incentivo — e non è un caso se molte delle innovazioni che hanno ridotto drasticamente i costi di accesso a beni essenziali siano nate lì. Ma l’amministrazione Biden ha inaugurato una stagione di interventi aggressivi contro big tech, energia e farmaceutiche. L’idea di “ridimensionare il potere economico” suona bene, produce però la stessa dinamica vista in Europa: minori investimenti, maggiore avversione al rischio, minore innovazione. Il pragmatismo americano convive con un interventismo crescente, che rischia di scivolare nella variante regolatoria europea che tanto si critica.
La contraddizione è lampante: mentre governi nazionali e istituzioni sovranazionali denunciano stagnazione, bassa produttività e mancanza di competitività, sono gli stessi legislatori a sabotare l’unico meccanismo che premia chi migliora l’offerta, cioè la possibilità di guadagnare. La verità — scomoda e per questo rimossa dal discorso pubblico — è che prezzi accessibili richiedono un aumento dell’offerta, e l’offerta richiede margini; che l’innovazione implica rischio e il rischio necessita di un ritorno possibile; che nessuna crescita nasce dalla paura di investire. Ogni volta che la politica aggredisce i profitti, non colpisce chi sfrutta, bensì chi crea, non punisce l’abuso, scoraggia il talento, non redistribuisce valore, sterilizza piuttosto la capacità di produrne di nuovo.
E quando, dopo anni di misure punitive, il capitale defluisce, le imprese riducono gli investimenti e i mercati si impoveriscono, il copione è sempre identico: i privati sono accusati di non “fare la loro parte”. È una narrazione comoda, perché occulta la responsabilità di chi ha reso il contesto normativo impraticabile e attribuisce la colpa a chi ha reagito in modo razionale a un sistema che ha reso impossibile investire. La politica, invece di riconoscere il proprio ruolo, preferisce raccontare che il mercato “ha fallito”, e che ciò legittima un’ulteriore dose di intervento. La verità è ancora più semplice di quanto sembri: punire chi funziona significa premiare la scarsità. Quando si colpisce il profitto, non si corregge un eccesso: si spegne un motore. E chi accetta questa idea — perché la ritiene equa, morale, solidaristica — dovrebbe almeno avere l’onestà di dire che sta scegliendo un mondo con meno impresa, meno innovazione, meno occupazione, meno mobilità sociale e, inevitabilmente, meno benessere. Il resto è solo retorica: più rassicurante di una soluzione, ma infinitamente più costosa.

