Micronorme, macroproblema: quando la Manovra diventa un catalogo di favori

Cultura, identità e territorio meritano autonomia, non interventi discrezionali che frammentano le risorse e soffocano l’iniziativa privata.

di Sandro Scoppa

C’è un tratto ricorrente nella politica italiana: ogni legge di bilancio diventa il veicolo perfetto per infilare norme minuscole, destinate a finanziare realtà localissime, spesso meritorie, ma subordinate alla logica del favore. Un articolo dell’ANSA “Dal museo della pizza alle orchestre, nella manovra spuntano le micronorme” fotografa con precisione questo fenomeno. Ma è un fenomeno che dice molto di più: racconta un sistema che continua a preferire l’intervento discrezionale alla responsabilità individuale, la distribuzione di risorse alla creazione di condizioni generali favorevoli.

La domanda da cui partire è semplice: una comunità cresce perché lo Stato decide quali iniziative sostenere, o perché lascia spazio all’intrapresa e all’iniziativa di chi sa creare valore, cultura, servizi e bellezza? Ogni volta che la risposta implica uno stanziamento mirato, si comprime la libertà di scegliere degli individui e si moltiplica il potere discrezionale di chi decide.

In questo meccanismo rivive, in modo quasi perfetto, la celebre intuizione di Frédéric Bastiat: «lo Stato è quella grande finzione mediante la quale tutti cercano di vivere a spese di tutti gli altri». Una diagnosi formulata nell’Ottocento, che descrive tuttavia con precisione chirurgica l’Italia del XXI secolo.

Il punto non è certo negare l’importanza della cultura o delle esperienze locali. Il punto è un altro: quando un museo, un’orchestra o un’associazione giovanile dipendono dal finanziamento pubblico inserito in un emendamento, la loro forza non è più la qualità, la capacità di coinvolgere pubblico e sostenitori, l’efficienza gestionale. Diventa invece decisiva la vicinanza a un deputato, la capacità di ottenere una norma dedicata, l’aderenza alle priorità politiche del momento. È un modello che non premia la creatività, ma la protezione; non la responsabilità, bensì la dipendenza.

C’è poi un secondo aspetto: ogni microfinanziamento, per quanto piccolo, si traduce in una spesa pubblica che pesa sulla collettività. In un Paese con un debito colossale e una pressione fiscale ai massimi, frammentare ulteriormente le risorse per interventi puntuali significa sottrarre spazio a ciò che dovrebbe essere compito essenziale dell’autorità pubblica: garantire regole generali semplici, uguali per tutti, che permettano ai privati di fare ciò che sanno fare meglio. Cultura compresa.

Infine, c’è un tema decisivo: la trasparenza. Una manovra piena di micro-voci rende il controllo democratico più difficile. I cittadini vedono aumentare il prelievo, ma non possono verificare con facilità se quei fondi producano davvero beneficio o se restino solo strumenti per consolidare relazioni politiche.

L’Italia non ha bisogno di un altro elenco di interventi particolari. Ha bisogno di un quadro stabile, leggero, che limiti il potere di decidere iniziativa per iniziativa e favorisca la cooperazione spontanea, il sostegno privato, il mecenatismo moderno, la capacità delle comunità di autofinanziarsi quando credono davvero in un progetto. È così che nascono la vitalità culturale e l’innovazione: non per decreto, ma perché liberate dalle pastoie che frenano e dal bisogno continuo di autorizzazioni, fondi speciali e scorciatoie parlamentari.

Le micronorme fanno rumore perché mostrano un’abitudine dura a morire: quella di confondere lo Stato con un distributore di risorse. Epperò, una società aperta fiorisce quando il potere rinuncia a decidere al posto delle persone e si limita a creare le condizioni perché possano agire, scegliere, costruire, sostenere ciò che ritengono meritevole. Tutto il resto è gestione minutale che somiglia più a un mosaico clientelare che a una politica degna di questo nome.

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